La lettera di un Prof. speciale ad un alunno speciale

Non è vero che il professore rimane sempre e “solo” un professore.
Potrebbe sembrare troppo saggia come affermazione, ma ora, che non sono più alunno, me ne accorgo sempre più e quanto segue ne è la chiara testimonianza. A quanti giovani è rimasto un professore/professoressa nel cuore? Personalmente, posso ufficializzare questa tesi: chi per motivi legati a passioni condivise, chi per esperienze scolastiche e chi per un affetto particolare che lega i due.  Un professore Eporediese, un amico, una persona con la quale si condivide la passione dell’informazione; un eterno “giovane Prof”, che stima i suoi alunni e si fa ben volere.

Questa che riporto di seguito, è la lettera mai pubblicato sul giornalino dell’ITAS.  scritta dal Prof. Miletto Fabrizio a un alunno divenuto angelo nel 2002, Mauro.

Ringrazio la segnalazione fatta dallo stesso professor Miletto, uomo dall’animo nobile.
Sfido chiunque a dire il contrario dopo questa lettera commovente.

A te Mauro, anche se non ti conoscevo, un caloroso arrivederci.

Sì, Mauro, mi hanno chiesto di ricordarti, cosa che faccio più che volentieri.

Quando quel sabato la tua amica Barbara mi ha detto che te ne eri andato via nel modo più assurdo, confesso di non averci creduto: ma come? al mattino ti scatto la foto e alla sera tu non ci sei più? Eri talmente concentrato a fare – è vero, anche un po’ copiando – la verifica che non ti sei nemmeno accorto del flash. Non preoccuparti: quel compito l’ho corretto, come mi hanno chiesto i tuoi compagni, e poi l’ho dato a mamma e papà, così, senza votazione; ormai ci sarà Qualcun Altro che ti darà il voto, voto che sarà ben più alto degli otto e dei nove che pure sei riuscito a prendere qualche volta con me.

Ho avuto modo di scoprire quanti amici tu avessi fra i ragazzi, le ragazze, i colleghi e le bidelle. Tanti tuoi compagni hanno pianto, a cominciare da Elisa, e tutti hanno provato un dolore sincero. Non è stata certo una sorpresa: già da tanti anni, da quella famosa settimana bianca a Bardonecchia, sapevo che eri un “brau fieul”, un bravo ragazzo, e per fortuna ho avuto modo di dirtelo più di una volta. Allora non eri ancora nella sezione D, ed io in quella occasione – questo non lo sapevi ancora – espressi l’augurio di averti come allievo, desiderio che poi è stato esaudito.

Ti sembrerà strano, ma in quei primi giorni di marzo ero così indaffarato a stampare innumerevoli copie della tua bellissima foto da non rendermi ancora conto che ci avevi lasciati per sempre. Ma quando al funerale ho visto la bara di legno chiaro ho sofferto fisicamente. E poi, cosa rarissima, ho pianto, come un bambino. In un attimo ho ripensato ai tuoi diciott’anni, al fatto che molto spesso tu mi dessi direttamente del tu, alle filastrocche che cantavamo in piemontese, e insomma a tantissimi altri episodi di questi ultimi anni; vedevo anche l’enorme vigore d’animo dei genitori, quei tuoi fantastici genitori, che anziché piangere l’unico figlio facevano forza anche al sottoscritto.

I giorni a seguire sono stati pesantissimi. Confesso anche di avere avuto la pazza idea di mollare tutto subito, ma i tuoi compagni di 4D sono passati per tutte le mie classi a far firmare una petizione perché il preside non accettasse le mie dimissioni. Non avrei davvero potuto deluderli, anche perché in cima alla lista, pure se non scritto, c’era proprio il tuo nome.

Quanto hai dato, caro Rosso, a me e a tanti altri, che vuoto hai lasciato dentro! In questi anni sei stato sempre allegro e disponibile: mettevi di buonumore qualunque cosa facessi. Prendersela con te era praticamente impossibile, tu lo sapevi benissimo, e spesso ne approfittavi un po’… Mi rendo conto ogni giorno di più di quanto ti fossi affezionato e di come tu ricambiassi questo affetto nel tuo solito modo simpatico e scanzonato. Sicuramente anche lassù in Paradiso non potrai fare a meno di divertire i suoi abitanti, così come hai fatto troppo brevemente quaggiù con noi.

Come vedi, Mauro, è stato facilissimo ricordarti. So anche che, presto o tardi, ti rivedrò: un po’ però sono invidioso, perché nel frattempo tu avrai percorso i sentieri più belli delle tue montagne, avrai contemplato i ghiacciai più splendenti, avrai cacciato prede che non potranno morire più, e avrai scalato innumerevoli cime, cime che sono molto, molto più alte dell’Everest.

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