Per il caporale sottocapo della Marina militare Michele Diaco: 4° testimonianza

Prendendo spunto da un commento di un amica (impegnata anch’essa sempre più in questa causa, Monica Giuseppina Marini) lasciato sulla pagina creata per l’appunto per il dossier, pubblico il tutto.
Prima della vera e propria testimonianza diretta, posto (come riportato dalla cara Monica) questo sunto di Adriana Vallisari, giornalista di “Verona Fedele”.

Partiti sani e tornati in patria malati. I tumori e le leucemie che hanno colpito i militari italiani, dopo essere stati in missione all’estero negli anni Novanta, potrebbero essere stati causati dalla contaminazione con uranio impoverito. È il sospetto che circola ormai da dieci anni, ma ancora oggi sul “caso uranio” e sulla “sindrome dei Balcani” non è stata detta la parola fine. Manca, infatti, il tassello-chiave per risolvere il puzzle: non è ancora stato riconosciuto un legame di causa-effetto tra l’esposizione ad armi all’uranio impoverito e l’insorgenza di patologie tumorali.
Le munizioni all’uranio sono state usate per la prima volta nel 1991 dalle forze americane, che ne hanno identificato i rischi, riconducendo alla “sindrome del Golfo” le patologie emerse durante e dopo il primo conflitto iracheno. Anche nei Balcani queste munizioni sono state impiegate in modo massiccio dagli eserciti della Nato: 10mila in Bosnia nel 1995 e 31mila nel conflitto in Kosovo nel 1999, secondo le fonti ufficiali.
Perché nelle armi, specie nelle munizioni anticarro, si usa proprio l’uranio impoverito? Per tre ragioni: è reperibile in grandi quantità, costa poco (è una scoria nucleare) ed ha un’elevata densità, che migliora le capacità di sfondamento. Questo elemento non sarebbe pericoloso tanto per la sua radioattività – considerata di basso livello – quanto per le polveri rilasciate nelle esplosioni: delle minuscole particelle che si possono disperdere nell’aria, depositare nel suolo, diventare solubili in acqua o entrare nel circolo sanguigno; se inalate o ingerite, porterebbero a gravi patologie.
Secondo i dati del sistema sanitario militare diffusi nell’ottobre del 2007 dall’allora ministro della Difesa, Arturo Parisi, sarebbero stati 255 i soldati impegnati nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq e in Libano, che nel periodo 1996-2006 hanno contratto malattie tumorali per cause non accertate; di questi, 37 sono morti. Altri 1.427 militari, sempre secondo il ministero, si sarebbero ammalati pur non avendo partecipato a missioni internazionali.
Queste cifre, tuttavia, sono sempre considerate sottostimate dalle associazioni che difendono i militari; secondo l’Osservatorio Militare – che ha visitato centinaia di soldati, offrendo loro anche un appoggio legale – nello stesso periodo preso in considerazione da Parisi sarebbero stati 161 i decessi e 2.536 i soldati ammalati.
Per accertare eventuali responsabilità, il ministero della Difesa istituì a suo tempo una commissione sanitaria, guidata dall’ematologo Franco Mandelli, che – pur constatando un maggior numero di linfomi di Hodgkin rispetto ai dati attesi – non trovò un collegamento tra l’uranio e i casi di tumore registrati. Nel 2006, inoltre, si è chiusa una commissione d’inchiesta parlamentare, ma le prove della responsabilità dello Stato non sono arrivate. E le vittime attendono ancora un risarcimento.
Una recente sentenza del tribunale di Firenze, datata 17 dicembre 2008, potrebbe tuttavia cambiare questo quadro di incertezza. Il giudice, infatti, ha imposto allo Stato di pagare un maxi risarcimento di oltre 500mila euro a un soldato ammalatosi di tumore dopo essere stato in missione in Somalia nel 1993. Bisognerà aspettare che si concluda definitivamente l’iter giuridico per capire se questo caso avrà creato un precedente. Se fosse così, lo Stato dovrebbe risarcire tutti i soldati coinvolti in casi analoghi, sborsando milioni di euro.
Nel frattempo, resta la sofferenza di tanti militari che hanno affrontato da soli la malattia. Tra questi anche i veronesi Michele Diaco e Vito Mirto, ammalatisi di linfoma di Hodgkin al rientro da due missioni. Da quasi dieci anni chiedono un risarcimento economico per i danni fisici e morali, ma la procedura giuridica è ancora lunga («la data dell’udienza non è ancora stata fissata, è dal 2002 che aspettiamo», dice uno di loro). Entrambi si sono sottoposti a cicli di chemioterapia e radioterapia per combattere il tumore e tuttora si sottopongono a controlli periodici. «Continuiamo la nostra battaglia per creare un precedente, perché – dicono – ci sono tanti soldati che si sono ammalati come noi o sono morti e bisogna accertare le responsabilità»; nel 2004 hanno persino partecipato a un sit-in davanti al Parlamento. Ora lanciano un nuovo appello, affinché venga fatta chiarezza e sul problema non cali l’attenzione: «Abbiamo bisogno che qualcuno ci ascolti». Noi li abbiamo incontrati e abbiamo raccolto le loro storie.

«Brillavamo le bombe senza alcuna protezione»
«Sono stato in missione nel 1999 per circa sei mesi e alla fine di dicembre mi è stato diagnosticato il linfoma di Hodgkin», racconta Michele Diaco, 29 anni, che abita con la moglie a San Giovanni Lupatoto e dieci anni fa era caporale sottocapo della Marina militare. «Compito mio e dei miei colleghi – spiega – era quello di scandagliare con navi cacciamine l’alto Adriatico per bonificarlo dalle bombe. Bombe lunghe 3 metri, contenenti 2.500 chilogrammi di tritolo».
Durante la guerra del Kosovo, infatti, gli aerei della Nato che partivano da Aviano, prima di rientrare dovevano sganciare gli ordigni ancora a bordo in mare, in una zona designata, per questioni di sicurezza. Questa zona è stata chiamata “Area Profeta”, dal nome del peschereccio che, nel maggio del 1999, pescò per caso una bomba al largo delle coste veneziane.
La bonifica era necessaria, perché spesso le bombe erano a grappolo (“cluster bombs”), come le Blu 97: un involucro contenente alcune centinaia di bombe più piccole, in grado di disperdersi e amplificare l’effetto esplosivo. Le operazioni, spiega il giovane veronese, avvenivano in due modi: «Se le bombe erano già aperte, bisognava raccogliere i cluster con delle reti a strascico; se invece erano chiuse, si segnalavano con una boa e poi, in squadre da tre, si tornava sul posto con un gommone e si calava una controcarica da 90 chilogrammi di tritolo per far brillare l’ordigno. C’erano due esplosioni: la prima sott’acqua, poi si levava una colonna d’aria e c’era il secondo boom. La nostra nave stava a distanza di sicurezza di due chilometri, mentre noi eravamo a cento metri dall’esplosione e respiravamo tutto. Non avevamo nessuna protezione – prosegue l’ex militare -, la maggior parte delle volte eravamo in costume, al massimo in divisa da lavoro. A causa dell’esplosione, inoltre, ai pesci scoppiava la vescica natatoria e venivano a galla; noi li raccoglievamo e quei pesci diventavano il pranzo per tutta la nave».
Diaco spiega che nessuno li aveva avvisati di un possibile pericolo di contaminazione: «Nemmeno i miei capi sapevano che stavamo correndo dei rischi. Una volta, però, ricordo di aver visto nel porto di Chioggia una nave cacciamine francese, di quelle che si usano per le guerre batteriologiche: solo una porta di accesso, da cui si esce con tute speciali. Probabilmente se era lì, un motivo c’era…». Perché dovrebbe essere proprio l’uranio impoverito a causare leucemie e tumori? «Nelle mie biopsie, come in quelle degli altri soldati che hanno operato in zone contaminate, sono stati trovati metalli come alluminio e silicio, che non ci dovrebbero essere nel nostro corpo. Tra l’altro è stato rinvenuto anche il bismuto, che serve a tenere “incollato” l’uranio, per renderlo meno volatile». E aggiunge: «L’uranio impoverito, se inalato, dopo 20 secondi è già in circolo nel sangue; bastavano una tuta e una mascherina per evitare che ci ammalassimo». E adesso? «Combatto per vedermi riconosciuta la causa di servizio e aspetto che si accertino le responsabilità di chi ci ha mandato senza protezioni e sapeva i rischi che correvamo».

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