Lettura: La morte del prossimo

 

L’ultimo libro che vi propongo oggi, scritto da Luigi Zoja (psicoanalista di fama mondiale), è un analisi profonda ed accurata degli eventi politici, economici e sociali che abbiamo vissuto negli ultimi decenni.
L’autore (ex Presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica), cerca di cogliere i nessi tra mente individuale e mente collettiva.

 

In qualunque luogo, in qualunque epoca, la distanza è sempre stata un ostacolo all’amore: perché la nostra dovrebbe essere diversa? Si può davvero amare o solo conoscere quel che è lontano? E la sola conoscenza mi permette, almeno, di essere giusto? Non c’è ancora niente che lo dimostri.”
La società occidentale contemporanea tiene lontana l’immagine della morte, rimuove il pensiero che la vita abbia una fine, crea una popolazione inconsciamente convinta della propria immortalità.
La consapevolezza della morte ormai è dedita solo per quelle altrui, perché ne abbiamo testimonianza quotidiana: le morti sul lavoro, ad esempio, o quelle dei migranti, che vediamo sparire nelle acque del Mediterraneo (…)

Il prossimo è morto, ma un certo prossimo più di altri: quello vicino (“distanza dal vicino, vicinanza dal lontano”).

Le distanze che la globalizzazione ha reso meno evidenti, favoriscono i rapporti tra persone lontanissime e sembrano penalizzare invece quelli che intercorrono fra chi vive nella stessa città, nella stessa via, nella medesima casa..
“Dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. – scrive lo psicoanalista Luigi Zoja – L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo. Circolarmente, questa è la conseguenza ma anche la causa del rifiutare gli occhi degli altri: in ogni società, guardare i morti causa turbamento.”

 

E così, dopo aver consigliato la lettura di questo capolavoro culturale, vi saluto lasciandovi con un breve sunto delle percezioni dell’autore.

Buona Lettura!

“Da sempre si dice che l’uomo è uomo anche perché ha un rapporto con la morte diverso dagli altri animali. Quando muore il suo simile, l’animale si ferma accanto al corpo solo finché è caldo. L’uomo, a qualunque civiltà appartenga, compie riti e seppellisce il morto. In qualche modo, per lui il morto continua a vivere.
Ma a quest’antica coscienza i tempi ne stanno sovrapponendo una nuova. Eravamo diventati umani accorgendoci che anche i morti sono vivi. Diventiamo post-umani – o qualcosa che è altro dall’umano – quando cominciamo a convincerci che anche i vivi sono morti. I vivi – la maggior parte dei vivi – sembrano aver smesso di vivere da un tempo che, quando ce ne accorgiamo, ci appare immemorabile: che non è, quindi, una conseguenza del nuovo secolo. La maggioranza dei giovani non ha ancora cominciato a vivere. La maggior parte degli altri – non solo gli anziani, anche i quarantenni – pare irrigidirsi in un rigor mortispsichico, che contrasta con l’agitarsi fisico. Non pensano pensieri autonomi. Non si interessano agli uomini che hanno vicino, non per malvagità, ma perché non li capiscono.
In una certa misura, questo avveniva in ogni epoca. Ma era più difficile vederlo riprodotto sui grandi pannelli della vita e restarne ipnotizzati: era quindi più facile continuare a essere società e umanità. Gli obblighi reciproci, la pietà, la compassione, circolavano. Potevano continuare a esistere e, a volte, a esser creduti amore. Da quando il mondo si è fatto laico, e ogni cosa ha perso l’incanto divino ed è diventata misurabile, gli atti ripetitivi degli altri non sono più considerati rito – presenza di un contenitore universale – ma isolata nevrosi, ossessività, rigidità cadaverica. Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio. E il vivo in morto, uscendo dal tempo.

Ma dove nasce questa sensazione ? È sensazione o proiezione? Inerte è l’osservato o chi osserva? Il mondo si rinnova a una velocità senza precedenti e non riconosce se stesso. Lo sguardo sente la distanza ma non sa se è nell’occhio o nel mondo osservato.”